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di Giuseppe Scatà
Step1 chiude perchè non ha una sede, non ha un centesimo, non ha attrezzature. Insomma non ha nulla di quello che serve per proseguire il suo serio lavoro di giornalismo d’inchiesta. Vedi lo smascheramento del caso dei “Rom-rubabambini” cresciuto e rapidamente sgonfiato su “La Sicilia” (e ripreso da tutti). Intanto, grazie a una delibera del 30-01-2007, rinnovata il 21-12-2007, l’Ateneo catanese (60mila euro) e l’Ersu (40mila euro) danno un totale di 100mila euro l’anno a “La Sicilia” per avere copie gratuite nelle Case dello studente e quattro pagine settimanali dedicate all’Università. Di pochi giorni fa “La Sicilia” titolava che “l’Ateneo Catanese è al 10° posto nella classifica dei mega-atenei”. Poi leggi meglio, e scopri che la classifica è fatta su 11 mega-atenei: decima su undici c’è Catania. Ciancio e Università, insomma (a giudicare da questi titoli) si vogliono molto bene.
E capirai: come prova d’affetto centomila euro l’anno non sono una nocciolina. Soldi regalati a un giornale palesemente schierato, con ampie marchette per i politici, con editoriali spietatamente di parte (attualmente per Lombardo) e parecchie notizie date a metà, o del tutto false: “La Sicilia” 17-05-2008: “Chiusa l’indagine ministeriale, al Porto di Catania tutto in regola”, è raggiante Santo Castiglione, commissario dell’ente di gestione del porto. Falso, perché al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, dice il comitato Porto del Sole, non ne sanno nulla dell’esito dell’inchiesta. A parte i 100mila euro, c’è pure una docenza a Scienze della comunicazione per un suo giornalista. Fino al 2007 c’è stato un “corso di giornalismo” modello Ciancio, promosso insieme. Un sito fresco e libero come Step1, fatto dagli studenti, a un livello professionale non inferiore (mettiamola così) de “La Sicila” viene invece abbandonato e lasciato senza il becco di un quattrino. Certo: è un sito fatto bene, una voce libera che dà fastidio. In una città come Catania, col monopolio dell’informazione e senza libertà di stampa, gli intellettuali della città - che teoricamente dovrebbero risiedere all’Università - dovrebbe pur dire qualcosa sul “giornalismo” fatto a questa maniera. Non solo quello di Ciancio: persino Repubblica qui (stampata da Ciancio) si autocensura, vietando la distribuzione della sua stessa cronaca regionale per non far concorrenza a quella di Ciancio. E invece, gl’intellettuali, zitti e mosca. Altro che “seguir virtute e canoscenza”: molto più comodo vivere come bruti. Alla faccia delle numerose epigrafi ai Benedettini, sul Valore della Cultura e cose del genere. Ma la Facoltà di Lingue non era a favore della lotta dei monaci birmani, per esempio? Certo. Ma la Birmania sta in Birmania e noi stiamo qui. Ma forse, a pensarci bene, anche Catania sta in Birmania. Almeno un po’.
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A suo tempo intervistammo l’ex pro-rettore Pioletti e il rettore Recca, in un’inchiesta sulla mancata convenzione universitaria coi Teatri catanesi: “Non c’è Università che non faccia convenzioni con i grossi quotidiani. La Sapienza, ad esempio, ce l’ha con il Messaggero”. “Fino a due anni fa si pagava molto di più: 47mila euro l’anno per tre pagine e sessantamila le pubblicità delle varie facoltà. Ora sono solo sessantamila: un risparmio!”. “E poi l’Ateneo è fatto da diverse teste. C’è pluralità, dialettica, ci sono iniziative antimafia, come la visita alla tomba di Giuseppe Fava nella ricorrenza della morte. O i convegni sulla Costituzione o per l’anniversario dei Siciliani. O Umberto Santino invitato a un convegno sulla mafia. Prima questcose non c’erano. L’Università è aperta ad ogni iniziativa, senza distinzioni di colore politico”. “Comprare pagine dalla Pubblikompass (ndr: agenzia pubblicitaria di Ciancio) costerebbe di più. E poi noi possiamo fare la convenzione solo con La Sicilia, vista la sua distribuzione sul territorio. E’ una scelta di mercato” dice Mariano Campo, direttore responsabile del Bollettino d’Ateneo (il giornale ufficiale dell’Università). “E’ una convenzione finalizzata all’informazione, non è promozione, è una bacheca “.
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Franco è uno studente di Lingue e Letterature straniere, molto vicino alla laurea: “I ragazzi qui al monastero dei benedettini (ndr. sede delle tre facoltà umanistiche) sanno le cose, voglio dire i concerti, o gli incontri, o le borse di studio, dai manifesti attaccati all’ingresso, dalla bacheca vicino al bar fatta coi volantini appiccicati con le puntine o con lo scotch, e dal passaparola”. Roberto, al secondo anno di giurisprudenza, “Io guardo il sito Unict.it. Basta. Qui La Sicilia non la legge nessuno”. “C’è il monopolio dell’informazione a Catania? Non è colpa nostra. Se le cose stanno così come dite, e l’attività di Ciancio è problematica, che se ne occupi la magistratura. Ciancio, che io sappia, è un uomo libero. Io so solo che quando mi sono insediato come rettore e ho visto le cifre che venivano date dall’Ateneo alla Sicilia, ho fatto un salto sulla sedia. Si doveva risparmiare, e abbiamo fatto la convenzione che conoscete”, dichiarò il rettore Antonio Recca, di fronte alla sua stanza.
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