Macchinazioni
Mi sento dentro a un maldestro film di fantascienza americano. E credo che dietro al nostro oggi ci sia davvero un minuzioso piano che mira al nostro imbecillimento. Mi immagino facilmente i bunker segreti con i planisferi illuminati di spalle alla scena; e la mega Azienda interplanetaria con una mission che si espande come l’universo. Che lavora di marketing mix per correggere gli andamenti del mercato, per creare nuovi trend insulsi, imbecillire con il tubo catodico, alimentare falsi miti e creare le pillole per ogni devianza. “E con l’abitudine ti spengon già , dando alla violenza una profondità â€.
Io corro a rispolverare l’antidoto che mi diede la mia cara maestra Lucia durante il primo anno di scuola elementare: “1 + 1 = 2″. E allora, insavito, torno a dirvi:
< < Ragazzi ci siamo abituati al fatto che un calciatore di serie C guadagni più del chirurgo. Ed adesso anche al fatto che in Inghilterra il mercato delle suonerie abbia superato quello della vendita dei Cd. Torniamo all'uno più uno: c'è qualcosa di storto, disimbamboliamoci e non legittimiamo perché l'abitudine crea l'assurdo nostro familiare. Dobbiamo prendere l'abitudine di non abituarci a nulla. >>
Problemi da porci.
I cinghia-maiali, suini mutanti frutto dell’aberrazione di porci selvatici di facili costumi, da più di un anno hanno invaso i nostri boschi. Un tale sovraffollamento turistico delle nostre montagne non era stato previsto neanche dalle più rosee previsioni del Super Sindaco, che è già tentato di assumersene meriti. I cinghia maiali sono enormi, bruttoni e si muovono in branco come gli ultrà (solo ragionano un po' meglio) e prolificano come conigli tenuti anni in clausura. Bisogna riconoscere che un po' tutti sono "a caccia" di soluzioni, però secondo alcuni si potrebbe:
a) importare e liberare una discreta quantità di tigri siberiane, predatrici naturali del cinghiale, ed attendere che si ristabilisca un giusto numero di suini. A quel punto sorgerebbe il problema del sovraffollamento di tigri siberiane, risolvibile solo con adeguati sciami di zanzare del Congo. Per la zanzara congalese basterebbe la lucertola di Centomasi e, per quest'ultima, il gatto con gli stivali. Ed il gioco è fatto. Al gatto con gli stivali gli si fa ingerire una quantità di manna da guiness dei primati e lo si piazza accanto ai "babbi i litra" come attrazione turistica. Oppure gli si riconosce un assessorato;
b) indire un rigido coprifuoco diurno per suini;
c) parlare a quattrocchi con la manzotim.
Il blog. Una teca di egotismo.

Mi interrogo su quale strada è naturale per un blog. Così come un trial tra le rocce ma a disagio in autostrada, ogni "mezzo" ha una sua vocazione dove per natura ottimizza in efficacia. Riflettiamo.
I migliori blogger vantano una scrittura giammai noiosa e una spiccata capacità di rinnovarsi quotidianamente con nuove tematiche interessanti. Sembra che l'utente prediliga innanzitutto i blog "quasi tematici", entra in contatto ipertestualmente (perchè le vie di internet sono infinite): se si trova d'accordo con quell'URL e, come per simpatia musicale, ne rimane lievemente affascinato allora si fidelizza. Ed in futuro è molto probabile che tornerà in quei lidi.
Ma qual è l'impulso del mittente, da dove nasce questa esigenza di autopubblicarsi? In un certo senso il blog è poco più del diario personale (un'evoluzione per stile e temi dell'adolescenziale "diario del cuore") reso volutamente pubblico. Perchè chi partorisce un blog non auspica semplicemente ad un sito autoreferenziale, perchè un sito tradizionale è davvero la blaterata vetrina espositiva, il blogger vuole condividere il proprio presente o, quantomeno, vuole riservarsene tale facoltà: il blogger vuole il cubo/palchetto che si usa la domenica ad Hyde Park.
In preda all'egotismo puro, o possessori della verità e-piacevole, prima di andare avanti con questo strumento vorrei chiarirmi il percorso.
Spaghetti brain & soda
Da un po' fatico ad allacciarmi alla coda di un pensiero, che oramai son spaghetti sugosi e non se ne trova ne' capo ne' coda. Stanno lì aggrovigliati che provano ad imitare la struttura del cervello. E mi fanno ancora più incazzare: un cervello che pensa ad un cervello.
Se cerco di focalizzare una delle mille ma intensissime minchiate che mi ronzano nella capa, la distrazione prende il sopravvento, come se passasse un tram-pensiero che se lo porta. Allora mi limito ad ammirare 'sto groviglio ed incazzarmi, e penso: E' lecito, almeno nei giorni di scazzo, avere invidia d'altri? Tranquilli che ne invidio solo i difetti; mica sono totalmente scemo.
Talvolta, oggi ad esempio, vorrei la litigiosità , il fegato (e le scopate) di Bukowski. E tre rum da bere d'un fiato. O anche la metrica caposseliana quand'è dislessica. Anche il suo gin accetterei. Insomma non s'è capito se ho voglia di invitarmi a bere qualcosa o di mandarmi per oggi affettuosamente a fanculo.
Ingoiare il Rospo.
Che gusto schifoso lascia una lite, a pensarci, che tristezza nei modi poi genera. I Quintorigo, una delle più originali band del monotono e poveretto mercato discografico italiano, si sono sciolti - seppi - recentemente in reciproco disaccordo. Fin qui dispiacere. Gli album Rospo e Grigio (un po' meno In cattività), le dissacranti apparizioni a SanRemo, l'ironia formale, la tecnica eccelsa ed il classicismo piegati e mescolati per il divertissement estetico: già fatico ad ingoiare il Rospo dello scioglimento. Che schifo, dicevo, il sapore del litigio: girando il sito ufficiale si può notare come prontamente John De Leo (ex leader della band) sia stato sostituito dalla virtuosa Luisa Cottifogli. Non solo, a girar le pagine sembra che i Quintorigo non sappiano neppure se John De Leo sia mai esistito...



