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Una parabola discendente, l”ultima fatica letteraria di Stefano Benni. Prodiga di buoni propositi, dal solito incipit divertente - che dura metà libro - e ricca dei soliti passaggi di impressionate fantasia benniana. Un romanzo che non smentisce il solito genio di illuminata ironia e soddisfa riso e mente per talune trovate sparse. La metafora in Benni è per me l’espressione più alta dell’iperbole all’italiana, tanto che sola impreziosisce gli intrecci - non sempre notevoli - dei suoi racconti.
Anche qui la storia promette e poi delude. Chiude nel finale in quel modo che io chiamo "polverone dei personaggi", che Benni aveva già adoperato in Spiriti e, meglio, in Elianto. Ma c’è il divertimento della sua scrittura, e la potenza di un occhio raramente sagace in Italia:
"Ho guardato un’ape che si avvicinava al giglio di carta. Ci si è infilata dentro ed è uscita disgustata. Faccio miele, non giornalismo, mi ha detto ronzando."
Oppure "Lascia agli altri chiamare l’orrore con altri nomi".