Non ricordo esattamente in quale storico testo castelbuonese trovai, diversi anni fa, un passaggio molto interessante sulla “castelbuonesità”.
Ricordo si celebrava quell’indole nostrana ad osannare il nostro paese natale, se ne accreditava l’orgoglio campanilistico e si accennava a quella romantica sensazione che si prova arrivati al bivio di Pollina tornando in paese, anche solo dopo un’assenza di una settimana. Allo svettar il cor s’intenerisce, mentre il paese s’apre dinanzi alla vista, disteso come un vecchio addormentato (questa citazione facevate bene a non leggerla).
La “castelbuonesità” è una focosa verbosità quasi patologica, nota soprattutto fuori dal paese a malcapitati colleghi e amici di castelbuonesi. La patologia è spesso connaturata dalla variabile ambientale, che determina due stadi antitetici: se sei in paese i sintomi sono irritazione, denigrazione all’aministrazione e lamentele diffuse; fuori invece - alla presenza di genere umano - il castelbuonese osanna, Sant’Anna, la manna ect.
Chi più chi meno, ne soffriamo tutti: il nostro primo cittadino Mario Cicero è primo anche in questo.
Sapete che mi è successo? Facevo “una testa tanta” ad un mio collega di Zafferana - da buon portatore sano di castelbuonesità a Catania - sull’innovazione amministrativa dall’altissimo grado di civiltà rappresentata dalla raccolta differenziata porta a porta. Dopo una settimana lo stesso mi portava una pagina de La Sicilia (sabato 5 marzo, pag. 13) dal titolo “Sicilia, discarica a cielo aperto”. Nella speciale classifica dei comuni “buoni” e “cattivi” in materia di raccolta differenziata Zafferana Etnea era al quarto posto. E Castelbuono? All’ultimo! Con la percentuale di raccolta differenziata pari allo zero!
Sconsolato, restai zittito. Farfugliai qualcosa (”sono dati vecchi, l’innovazione è partita da un mese!”) ma lui niente: messa in discussione la mia totale credibilità di castelbuonese.
E, con l’avvicinarsi del Giro Podistico, come farò a convincerlo che è la corsa su strada più antica d’Europa?